Ridere è una cosa seria. Che effetti ha il senso dell’umorismo sul nostro benessere psicofisico e come portarlo nella vita quotidiana. 

 

"Ti sorprenderà sapere che tutto ciò che vedi è stato inventato da persone giocose, non dalle persone serie.
Le persone serie sono troppo orientate verso il passato, continuano a ripetere il passato,
perché sanno che funziona.
Non sono mai inventative." 
Osho

 

Ogni essere umano è dotato del senso dello humour, del riso e della risata, qualità che ci differenziano dalla maggior parte degli animali e che, quindi, ad ogni “homo ridens” è dato di poter allenare. 

L’argomento in questione è stato trattato nella storia da molti studiosi, filosofi, psicologi, e, negli ultimi anni, anche nel campo medico, in quanto si è scoperta la sua valenza terapeutica

Quello che interessa qui a noi, è comprenderne alcuni aspetti dal punto di vista delle funzioni dell’Essere, e poter portare questa caratteristica nella pratica quotidiana per migliorare la propria percezione di sé, la propria vita e, perché no, per contagiare anche chi ci sta accanto. Da un punto di vista psicologico, l’umorismo può essere definito come quella particolare disposizione mentale che fa cogliere di ogni situazione, anche la più drammatica, il risvolto comico (ma che non si esaurisce completamente nella comicità) e che si esprime con il riso. 

Il senso dell’umorismo può manifestarsi sia come tratto di personalità stabile, tipico di alcuni stili caratteriali, sia come caratteristica individuale variabile, soggetta dunque a stimoli ambientali. 

 

“Il buonsenso e il senso dell'umorismo sono la stessa cosa, ma si muovono a velocità differenti. 
Il senso dell'umorismo è solo il buonsenso che sta danzando.” 
Clive James

 

Teorie e ricerche nel campo psicologico hanno messo in evidenza i potenziali benefici dello humour, del ridere e dell’autoironia, intese come un modo creativo ed intelligente di decodificare e interpretare la realtà, evidenziandone gli aspetti bizzarri, insoliti e divertenti, e ampliando la propria capacità di considerare le vicende della vita con distacco partecipe

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Che il riso abbia una sua propria funzione psichica sin dall’infanzia, lo hanno dimostrato in molti, tra cui il dott. Spitz e il dott. Wolf. Essi infatti scoprirono che la risposta al riso di un bambino tra i tre e i sei mesi di vita, non è orientata ad una persona specifica, ma allo stimolo dato dal segno-forma che riceve (il segno che, appunto, forma un volto che sorride). Il sorriso in risposta a tale stimolazione diventa quindi l’indicatore di una prima organizzazione della psiche del bambino. 

Una volta adulti, la funzione del riso si può inscrivere all’interno del sistema maggiormente strutturato dell’essere umano adulto e alla capacità di autoironia; a tale proposito citiamo uno studio di due ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Zurigo (Beermann U., & Ruch W., Can people really "laugh at themselves?", Emotion, 3, 492-501, 2011). Da tale studio è emerso come persone maggiormente capaci di ridere di sé stesse e quindi di distanziarsi da sè, riescano in tal modo a prendere consapevolezza delle proprie difficoltà e ad affrontarle con humour e ironia. 

Tale capacità sarebbe inoltre liberatoria anche quando giocata all’interno delle relazioni interpersonali: il godimento che deriva dall’atto di ridere può derivare dal fatto di riuscire a comunicare la propria emozione, evitando al contempo l’eventuale disagio che sarebbe potuto emergere qualora fosse subentrata una censura. La liberazione di tale energia è un toccasana per l’equilibrio psicofisico ed ora vediamo il perché. 

  •  Dal punto di vista psicologico, lo sviluppo dell’umorismo in chiave positiva è stato associato a una buona percezione di sé (Kuiper e Martin, 1993), all’autocontrollo e alla capacità di gestire le sfide che si incontrano nell’arco della vita (Kuiper et al, 2004). 
  • Altri studi, come quelli svolti dal Dr. Steven e Dr. Wolin, mettono in luce la connessione tra umorismo, creatività e resilienza. Essi infatti sostengono che nel processo umoristico “turn nothing into something and something into nothing”, sottolineando il fatto che nell’affrontare con umorismo una determinata situazione, si è parte attiva nel processo di creazione di un nuovo modo di essere e di rapportarsi a quell’esperienza, e non vittime della stessa. 
  • Molte ricerche scientifiche hanno inoltre confermato i benefici che il riso, come risultante dell’attitudine dello humour, ha dal punto di vista fisico. Ridere, infatti, incrementa la secrezione di catecolamine e endorfine, diminuendo anche la produzione di cortisolo e abbassando il tasso di sedimentazione. Tutto ciò comporta una stimolazione della risposta immunitaria. Alcuni fisiologi muscolari ne hanno inoltre dimostrato i benefici a livello muscolare: ansia e rilassamento non possono coesistere e la risposta del rilassamento dopo una sana risata di cuore, può durare anche 45 minuti, come riportato nel testo di Patch Adams “Salute!” 
  • Un’importante contributo in questa direzione arriva anche dalla psiconeuroimmunolgia. Grazie agli studi della dott.ssa Candace Pert, direttrice del centro di biochimica cerebrale del National Institute for Mental Health, è stato dimostrato che la risata permette contemporaneamente di distogliere l’attenzione (anche da uno stato di eventuale dolore, ansia o preoccupazione) e, al contempo, stimola la produzione di beta endorfine. Da tale sistema integrato si ottiene uno stato di maggior benessere psicofisico. 

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Quindi, da un punto di vista pratico, come possiamo rendere l’ironia un processo intenzionale? Con quali azioni consapevoli possiamo creare ironia e autoironia? In tale direzione, il corpo può venire in aiuto ed ecco alcuni esempi di esperienze pratiche a cui ci si potrebbe ispirare:

  • Si può semplicemente iniziare a sorridere ampliando sempre di più l’intensità del sorriso sino a farlo diventare risata per alcuni minuti. Una volta riportata l’attenzione a sé potrebbe essere che le emozioni che c’erano prima si siano modificate o che le loro sfumature, il loro colore, sia differente. 
  • Usando l’intero volto si possono mimare vere e proprie smorfie di allegria, magari al ritmo della propria musica preferita; e poi tornare ad esplorare se e cosa si è modificato. Si è forse aperto uno spazio dove emozioni e pensieri nuovi possono emergere? 
  • È possibile anche ampliare il proprio campo di esplorazione e lasciarsi ispirare dall’esterno, a partire dai bambini, che possono essere grandi maestri in “bufferie”, sino a curiosare tra le innumerevoli fonti che abbiamo a disposizione come film, libri, canzoni che permettano di trovare il proprio modo di potersi sperimentare nel mondo con ironia e autoironia. 

Sebbene non vi sia nulla di controproducente, non si tratta di diventare persone necessariamente divertenti: avere il senso dell’umorismo implica la capacità di lasciarsi andare senza prendere tutto troppo sul serio, di scovare i lati buffi della vita. Soprattutto, ha a che fare con la relazione che si instaura con sé stessi. 

Inoltre è possibile che, sviluppando una sana autoironia, anche chi ci sta accanto possa trovare un beneficio nella relazione. 

Per concludere, è quindi possibile vedere come l’umorismo, in senso ampio, sia una capacità dell’essere umano che coinvolge molteplici aspetti e che è possibile sviluppare utilizzando in modo dinamico tutte le funzioni dell’Essere. 

L’invito è, quindi, acquisire nuove conoscenze su ciò che per noi è buffo, ironico, cosa ci fa ridere e sorridere, applicare questa conoscenza (creando intenzionalmente quello spazio) e fare propria questa pratica ogni volta che lo si desidera. 

di Anna Paganotto – Gigi Mastrangelo.

Tags: ridere, creatività, essere

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