Perdonare per vivere nel presente - prima parte. Come liberarsi dai fardelli del passato, per vivere una vita autentica e connessa al proprio essere.

La parola perdono è densa di connotazioni etiche e religiose, e proprio per questo può scatenare preconcetti e resistenze; ma ciò che qui si vuole associare alla parola perdono è la possibilità di lasciar andare la paura e il bisogno compulsivo di proteggerci dal dolore, attraverso un processo che ci può portare ad autoaccettazione e amore per noi stessi e alla vera libertà dal passato. Spesso, infatti, quello che ci tiene lontani dal perdono ha origine nella nostra infanzia.

Nel libro Donne che corrono coi lupi,  l'autrice Clarissa Pinkola Estès fa un'indagine della psiche umana at-traverso l'interpretazione di archetipi, racconti popolari, fiabe e miti, mettendo in luce come in ogni psiche ci sia un angolo ferito e molto in collera per quanto ha subito nel passato e spiegando come dietro alla collera ci sia il dolore, e dietro al dolore, un trauma, talvolta recente, più spesso molto antico. 

Nei comportamenti che comunemente definiamo “istintivi”, in quelli che non controlliamo, che non vorremmo attuare ma che, nonostante la nostra forza di volontà, non riusciamo ad evitare, c'è ancora tutta la forza di quel bambino che gridava “Per favore amatemi!” e c'è racchiuso ancora tutto quel dolore e quella determinazione a non morire. Il bambino in collera ha giurato di non lasciarsi mai più fare tanto male e passerà parte della sua vita da adulto a perseguire inconsapevolmente questo intento, proteggendosi con la collera e con le strategie e i comportamenti appresi nei primi anni di vita.  

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Anche se siamo diventati adulti, a livello inconscio, proprio lì dove si è inscritta l'equazione: “Assenza d'amore uguale morte”, crediamo ancora che quei comportamenti ci servano per riappropriarci dell'amore perduto e quindi per garantirci la sopravvivenza. 

Ecco perché, di fronte ad alcuni eventi della vita, di fronte a toni di voce, gesti, parole di altre persone, improvvisamente esplodiamo in una collera irrazionale. O ci chiudiamo nel mutismo covando rancore. O abbiamo sintomi fisici di natura psicosomatica. O cadiamo in depressione. 

L'offesa e l'irritazione che viviamo nel presente sono esacerbate dalle ripetute mancanze di rispetto, dalle negligenze, dalla scarsa attenzione subite nell'infanzia. Siamo stati tutti già feriti nel passato, ed è per questo che oggi siamo così sensibili a restrizioni e mancanze.

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Spesso è molto complicato distinguere la rabbia storica da quella legata al momento presente e tutto si mischia in un intrico di emozioni e pensieri confusi che non fanno altro che alimentare il rancore. Questa rabbia storica non è una rabbia funzionale che, come tale, se espressa al momento opportuno ci protegge e rimette in circolo nuova energia, ma è spesso una rabbia che si porta dietro un'ansia costante, seppur inconscia. È una condizione che ci prosciuga, ci toglie vitalità, ci rende stanchi e privi di aspettative. È uno stato interiore che ci porta al silenzio ostinato, alla stizza, alla vendetta o, se la rabbia è rivolta verso noi stessi, alla malattia e alla depressione.

Nel libro di Clarissa Pinkola Estès, si spiega come l'uso negativo della collera consista nel concentrarla in modo distruttivo su un piccolo punto, finché, come un acido che crea un'ulcerazione, praticherà un buco nero nei delicati strati della psiche. Allora fissarsi sulla causa scatenante, rimuginare sul torto subito, impedisce di usare la luce della collera in modo positivo, per vedere là dove di soli-to non riusciamo a vedere.

Seconda parte

di Lucrezia Lupoli.

 

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